sabato 24 marzo 2018

L’Angelo senz'ali


                                                                                                                                        img dal web

Io l'ho visto davvero l'angelo senz'ali.

Era un autunno di foglie rosse e il vento non faceva che spazzarle
da una lapide all’altra. Il cielo fumava nuvole portandosele a spasso,
l’odore di morte rammuffita stagnava coi suoi muschi sulla quasi
totalità delle tombe.
Credo che i morti non abitino più questi luoghi.
Forse erano scomparsi anche dai ricordi di chi li aveva amati.

Che curiosità insana. Visitare un cimitero abbandonato dalla
memoria e dal tempo, abbandonato dagli uomini perché troppo
impegnati a ritenersi esenti dal passato.
L’unica cosa viva erano i cani che vagavano randagi e lo scricchiolìo
dei miei passi sulla ghiaia del viottolo.

Anche noi torneremo a calcinare la terra con le nostra ossa e, nessuno, nei secoli si ricorderà che
siamo vissuti. Forse solo gli angeli.

....e di chi è questa voce che racconta il nulla ? 

Trasalii.
L’avevo udito chiaramente.
Chi c’è ?  Chi sei tu che parli in questo bisbiglio che sembra venire dalle tenebre ?

Ho steso ora le ali, sono nella casa modesta immenso. (*)
Quasi manca lo spazio alla mia grande veste...guarda in alto, ragazza, io sono l’angelo !

E l'angelo stava lì sulla sommità di una cappella abbandonata agli sterpi.  Si ergeva contro il blu
cupo del cielo col suo viso di marmo scheggiato.
Monco di braccia e di gambe, persino le ali erano mezze sgretolate. 
Della sua vecchia fierezza restava qualche piuma di gesso ancora attaccata al dorso e un pezzetto di  catena di granito intorno al collo, tutto il resto era solo puzza di marcio...e mi parlava !

Tu sei “l’Angelo”,  tu  non puoi raccontare del nulla come noi  - risposi - tu porti in pugno la salvezza, la luce, il mistero della morte !  

Ma guardami bene, guardami !  Hanno le mie mani sembianze a te familiari ? No, ragazza, non
hanno più nulla, non ho più dita, né gesti.  Qualcuno ha amputato le mie mani  fracassando ciò che
resta del mondo. Mi resta quest’avanzo di corpo scolpito e morto da tempo alle intemperie.

Ero indignata.
E allora la coscienza, l’individualità, lo spirito ?
Un tempo senza luce, riflesso nell’immagine di un angelo fatto a pezzi. Era questa la rivelazione
finale di un dio superiore ? La coerenza di un mondo smarrito, dove nemmeno gli angeli resistono
agli urti di un mondo moderno, straziato dalla solitudine, dal tormento, dalla confusione dell’uomo.
Un angelo caduto ?
E no,  non farmi incazzare  - replicai -   Tu”  hai il dovere di sostenere la visione del mondo, non
foss’altro per quel ruolo che ti appartiene di diritto, come un status quo e che nessun altro potrebbe rappresentare. E senza questo,  noi...noi  tutti  cosa faremo adesso ?

Ero atterrita, delusa, indignata.

Voi vorreste conoscere il segreto della morte. Ma come potete scoprirlo se non cercandolo nel
cuore della vita ? (**)  Io non servo quindi. Non servo a nulla. Ciò che vedi di me è mancante e ciò che è mancante è  inesistente. Non porto in pugno la salvezza in questa agonia del mondo. Io non sono l’angelo che salva ma quello che stritola, che soffoca, che strazia.  
Io sono lo strazio perché straziato a mia volta da un’umanità senz’ali, senza mani, senza occhi,
senza piedi.
E senza ricordo.
La carne che mi ha abitato era viva, ma ora persino questo cimitero rifiuta l’immagine di un
angelo infranto, declassato e caduto nell’abisso del non ritorno.  Qui non torna mai nessuno,  
Ora vai, ragazza, lasciami all’oblìo !

Ora sì. Avevo compreso che tutte  le mie assurde letture sugli angeli di Rilke o di Klee avevano
esattamente quell’unica voce, quel volto corroso e scheggiato, quelle mani amputate, quel corpo
reso carne e strazio. Il dolore perfetto nell’angelo imperfetto.
E mai più luce di questo splendore dolente e mutilato poteva eguagliare la purezza divina e assoluta. Che la purezza divina è luce che si espande nelle nostre vite tra l’orrido e il sublime nella sua rappresentazione inesorabile.
Ma l’umanità è troppo impegnata a non pensare, a prendere sempre ciò che si manifesta comprensibile, bello e integro.


Forse qualcosa ora s’annunzia (*)
che in sogno tu comprendi
Salute a te; l’anima vede



***********
nda:
 (*) R.M. Rilke (l’Annunciazione)
(**) K.Gibran  (sulla morte)

(24/03/2007)

sabato 2 dicembre 2017

Per chi suona la campana





                                                                                                                            foto dal web


“Per capire uno scrittore bisogna conoscere la sua vita privata”.
Qualcuno eccepisce così, ma non è vero se la coscienza di chi scrive è limpida.
Personalità complesse, poliedriche, profonde, spesso si ritirano nei loro pensieri esponendo solo frammenti.
Piccole schegge di  luce.
Incisioni sottocutanee a fior di labbra, inarrivabili a volte in superficie.
Non è strano che ci si metta davanti ad uno specchio per raccontarsi ? Uno specchio interiore da cui tenere lontano intrusi e invidiosi.
Forse da lì anche Hemingway ascoltava il rintocco delle sue parole e si chiedeva per chi suonasse la campana, come umanamente ci si chiede in ogni singolo scritto, in ogni singolo appello o tormento o invocazione o enigma.  
Il senso della direzione.





sabato 21 ottobre 2017

Azulejos



                                                                                                                                      img dal web


Sediamoci qui Fernando, sediamoci in questo bar dove Lisbona  ti entra nel bicchiere coi suoi colori aspri, in questa piazza che porterà il tuo nome e la nostalgia delle tue lettere a te stesso.
Quante volte ti sei seduto a questo tavolino, chinato su un foglio bianco illuminato di sbieco da un sole d’autunno, un foglio immacolato come un campo di neve pronto al congiungimento del tuo inchiostro
Le tue lettere a te stesso. Lettere d’amore .

Però che strano, Fernando, tu mi parli anche ora coi gesti, con le labbra, col cipiglio dello sguardo che si posa sulle gambe nude di una ragazza che è passata nella via nel profumo dei suoi vent’anni, e lo so che la poesia la senti danzare su quelle caviglie armoniose, nei lunghi capelli oscillanti, nei sandali rosso fuoco, il passo di una donna che morbidamente se ne va lungo la Rua Garrett di un Portogallo che ogni giorno il mare avvelena di blu.
Questo mare che ti sembra un cuore aperto, un invaso di vene scarmigliate che arruffa emozioni fra le onde degli scogli. E’dentro il tuo calice, solare e viva e sofferente e vera la poesia.
Lo è da sempre.

Guarda, cosa vedi laggiù ? mi chiedi curioso

Il porto, la gente, un formicaio che vive... e tu.

Tu che cerchi di narrarlo nelle sfumature del volo di un coleottero, nella lama che penetra nel sole, nell’amore delle ragazze portoghesi che ti sciolgono gli occhi sull’incanto delle dita, nel fado e nell’eterno dolore degli uomini e delle donne.

Oh, no, non sono io che narro. È un altro, è “ il poeta” è lui il fingitore.  

E mi indichi la tua statua di bronzo posta poco fuori l’ingresso del Cafè Brasileira.
Io non sono nessuno. E’ lui che viaggia per i vicoli di Lisbona, è lui che si siede qui in questo pezzo di mondo invisibile e scrive quelle ridicole lettere a se stesso.




********
(riedizione 2010)
Fernando Pessoa, scrittore portoghese. Il "poeta fingitore" 




sabato 7 ottobre 2017

Il mondo se ne frega, il mondo ride forte



                                                                               foto dal web


Credo abbiate vinto voi
coi vostri omicidi d'ombre
il cinismo, il pregiudizio, il nulla 
nei mezzigesti di chi non c'e mai
nei troppi momenti d'abbandono
nel tempo che passa. 
L'archivio è diventato greve
un peso oltre il cuore che si crepa.
Il vento solo 
resta presenza leggera 
ma porta via fogli di pensieri 
imbrigliati sulle dita,
a cosa serve fermare il tempo
una parola, 
scrivere ?
a niente
a nessuno.

martedì 12 settembre 2017

bye bye baby


foto dal web
(fantasy)

Non che io avessi voluto morire per crearmi mito di me stessa.

La divina Marylin dei calendari, la leggendaria bionda svampita degli  uomini che preferiscono le bionde, 
fu solo che amavo troppo, amavo troppo intensamente.
Amavo intensamente la vita tanto da morderla fino al torsolo. Come una mela verde.

Io ero il verme bacato di quella mela ed ero la mela stessa.

Mi sono annientata. Divorata.
Mi sono annientata, ma non perché ero bella e insaziata.

Era una questione di luce, capite ?
Quel voler bruciare in fretta e stare ad ascoltarne il crepitìo sulla pelle.
Non me ne importava nulla.
Faceva male o bene. Non era essenziale per me.
Ho avuto molti uomini, li ho amati tutti anche se Jhon era un bastardo. Donnaiolo e arrivista.

Bob, no.
Bob era dolce. Era dolce Bob.
Facevamo l’amore sotto la luna, dentro la mia lussuosa piscina; sentivo il suo desiderio percorrere ogni mio singolo centimetro di pelle. Uno spasimo lento, come i suoi baci  roventi, come quella frenesia di arrivare a toccare quella luna sempre più vicina ai nostri sospiri malati, al piacere dei nostri corpi sudati e accaldati.
Non so se Bob mi amava ma io ero pazza di lui, delle sue mani sul mio corpo, dei suoi gemiti , delle sue labbra golose. Io l’amavo, sì, l’amavo.

Okay, non volevo dirvi proprio questo, è una confidenza estrema.

Sappiate farne tesoro.

Anche perché i giornalisti mi dipingeranno sempre in bianco e nero e di me diranno che fui la bionda oca dei rotocalchi, l’amante insaziata degli uomini del presidente, la sballata eroina di film assurdi, l’alcoolica drogata di ogni eccesso.

okey adesso, Bye bye baby……



***
(febbraio 2008)

mercoledì 30 agosto 2017

favola contadina


Le favole delle vite altrui
ci entrano nel dna
e non ci lasciano più


bisnonno Ferdinando (Frandulèin) 


Favola contadina 

c’era una volta un uomo
figlio della terra e del grano
c’era una volta un uomo
essenza della mia essenza
che con la sua vita 
ha creato anche la mia 




domenica 30 luglio 2017

luna di ghiaccio

foto dal web
















Potrebbe scendermi la luna
sul cuscino e dirmi,
guarda il tuo pallore è come il mio
andiamo per il cielo questa notte
sui vetri chiusi delle case
capovolgiti leggera
nel tempo che discende all'alba

ma poi
eccola piangersi di neve
dentro bianche lacrime di brina.
Potrebbe scendermi la luna
sulle ciglia,in un soffio
dolce come un bacio
luna di ghiaccio
dalle labbra d'inverno


da antologia poetica " Donne - tra passato e futuro" -Ed. Santoro - 2008

venerdì 14 luglio 2017

la donna degli astragali



LA DONNA DEGLI ASTRAGALI

Oggi

Guardava il tempo senza occhi perché il tempo era divenuto solo un concetto astratto per lui.
Si sentiva una pietra aguzza su cui l’acqua poteva scivolare persino dal basso all’alto, senza poterlo scuotere da quella specie di torpore insano pur tuttavia protettivo.
La sua stanza era crepata in più punti, effetto dei suoi nervi ottici, che non avevano la stessa capacità di sedimentazione della sua coscienza. Erano fibre cellulari che andavano per conto loro e come impazziti parevano soverchiarlo in quella insolita immagine che gli era apparsa dal nulla.

Da quella finestra senza ormai alcun contorno, una giovane donna camminava sulla spiaggia nel crepuscolo serale.
Una tunica bianca, i lunghi capelli sciolti, l’incedere aggraziato pareva così assorta e lieve da sembrare una visione. I suoi piedi nudi ricalcavano nella rena l’impronta delle sue piccole orme che l’acqua , con moto altrettanto lieve, accarezzava e subito dopo cancellava.

Chiuse gli occhi.
Era un sogno, uno di quei sogni che la sua veggenza poteva dargli nei giorni ispirati.
Li riaprì subito dopo, ma lei era ancora lì sotto.
Pochi metri di distanza. Non poteva vederlo dalla spiaggia. Del resto lui era lontano mille miglia dalla vita reale mentre quella figura di donna era un’immagine materiale e presente.

La donna improvvisamente si fermò.
Volse appena lo sguardo verso la sua dimora disabitata, come attratta da una forza inspiegabile.
Lui trattenne il respiro. Non voleva essere visto. Non voleva essere violato nella sua immota staticità, clessidra compresa.
Pregò silenziosamente.

Và via, vattene via… forza vai...

Era il lupo che digrignava i denti serrando le mascelle fino a mordersi.
Lui non poteva muoversi però.
Era come incatenato a quella figura appena sfumata nella penombra della sera.

La donna estrarre dalla tunica una manciata di sassolini, quasi con aria sospesa.
Si inginocchiò sulla sabbia e li sparse con un gesto rituale vicino ai suoi piedi nudi.
Stette pochissimi attimi ad osservare, poi con gesto lento si volse nuovamente verso la sua finestra buia e…gli sorrise.

Era certo che adesso si sarebbe incamminata verso di lui. Quella donna non era lì per caso.
Il cuore tremò e aspettò.
Socchiuse gli occhi.
Era tutto un sogno o davvero un dannato intrigo.

Quando riemerse dalla sua coltre annebbiata la donna non c’era più.
Svanita. Svanita come l’essenza di un profumo leggero ed evanescente.

Sulla sabbia solo quattro ossicini cubici, di cui non conosceva la fattura. E Tutti rivolti verso la stessa faccia, come lati uguali di un dado.
Attonito rimase a guardare l’onda che andava morendo sulla rena.
Le piccole orme femminili erano rimaste disegnate, appese al filo impercettibile della luce del tramonto. L’acqua non le aveva cancellate.

Il segno indelebile della vita, del percorso.
Il segno dell’anima rinascente.



1300 A.C. - Tebe

Giocavo spesso con le mie sorelle agli astragali.
Quei doni che nei corredi funerari venivano offerti alle divinità nei templi sacri.

Erano predizioni per il futuro e nella mia terra calda e fertile tutti guardavano al destino come al proprio traguardo celeste. Il compimento di un percorso oltre la vita terrena.
Il soffio eterno per attraversare la luce traghettandola oltre le ombre caduche della vita materiale.

Mio padre era l’umile uomo della terra e io imparavo da lui i segreti semplici e antichi della natura.
Il Nilo era l’azzurro della mia anima espansa.
Un luogo lacustre e immemore che dava ricchezza e pienezza al senso della vita. Sapevo che le sue acque mi avrebbero accompagnato anche dopo. Dopo la mia morte.

Era tutto scritto lì, nella magia degli astragali. Ogni volta il verdetto era univoco.
L’acqua e un volto d’uomo. Una vita da resuscitare, una vita da salvare.
Un uomo senza lineamenti, senza un nome, senza un’apparente sostanza. Un ombra.

Amavo tutto ciò che era limpido, solare e semplice.
Tuya era il mio nome. 

Morii nell’anno 1262, sotto il regno di Ramses II.



foto dal web 







martedì 4 luglio 2017

Alice guarda i gatti

Alice guarda i gatti (ciao Cesare)

…e Cesare perduto nella pioggia
sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina,
e rimane lì, a bagnarsi ancora un po’,
e il tram di mezzanotte se ne va
ma tutto questo Alice non lo sa.
(Francesco De Gregori)

Qualcosa che parli piano nel buio, una canzone forse…
Non ti conoscerò mai Francesco, ma sono contento di averti ispirato una canzone. Grazie.
Una canzone, che rende i fallimenti abissi incolmabili. E io sì, l’avrei aspettata altre sei ore sotto la pioggia, se fosse venuta all’appuntamento.
Io nei miei 17 anni, così ingenui, così romantici. Lei, una ballerina svagata, smemorata e vacua come il suo costume svolazzante, lei così, così … così terribilmente bella.
Stupida infatuazione, stupida come la timidezza di un adolescente che percepisce per la prima volta quella "strizza di cuore”.
Che idiota. Cos’ero, cosa sono stato poi ? Uno scrittore disilluso, quello dei falò , quello che in una notte di fine agosto decide di avvelenarsi in un anonimo albergo torinese, puntando gli occhi sulla luna, quella luna che nelle notti chiare accendeva scintille ardenti sui tetti dei casolari delle Langhe.

Eppure è da lì che è sbucata fuori per la prima volta la Malinconia. L’unica cosa fedele della mia vita.
Cos’era una promessa infranta andata in fumo ? Non era niente. Niente.
Quella bastarda malinconia, uscita da una sera così, e sempre la pioggia a brillare di poesia e miseria. Fradicio d’acqua e di delusione, dentro quel bar ad aspettare un sogno , che poi tutti i miei amori sono stati roghi, che volevi? E a seguire, tutti i maledetti NO delle mie donne, gli amori bruciati. Quelli che ti lasciano dentro il senso della morte insonne.

Il soffitto di questa stanza non esiste, è un affresco della memoria che mi cava gli occhi dalla testa per volare sulle colline, questo è il ricordo che voglio tenermi negli occhi prima di chiuderli. E’ l’anno della mia morte e non è casuale, sapete?
L’ho “scelta”. Così come “loro”, le parole, hanno scelto me in vita.
Le parole. Ancora mi chiedo come io possa avvertire anche adesso il disastroso fascino della scrittura. In questo ammasso di macerie che sono diventato, so che la pioggia brillerà sempre di poesia persino nei vicoli più ciechi e infuocati del mondo.
E non è solo la mia voce, ma la voce di tutti quelli che percepiscono il respiro delle cose e per questo sempre a un passo dall’abisso. Dalla morte.

E' il 1950, non so davvero se è un buon anno per morire, eccole qui, dieci bustine di veleno per ognuna delle mie dita.
Dieci dita che hanno scritto prima ancora sulla mia pelle, e forse anche sulla vostra, o almeno vorrei crederlo. Vorrei credere di esser servito a qualcosa. A qualcuno.
Io, che non sono mai appartenuto a nessuno. Mai.

Se anche solo una briciola di bellezza, di emozione, è nata dalla mia penna, lo devo a voi. Voi, che per me non siete stati mai fantasmi ma una nebulosa umana fatta di carne e anima. Voi, personaggi reali che siete entrati in questo mio inchiostro avvelenato di vita così sporco d’esistenza, denso, come un prezioso distillato.
Di questo ho vissuto, di questo hanno narrato le mie dita. Grazie. Veramente.
Ma non mi basta più.
Ho 42 anni, sono pochi ma mi sono bastati.

Fa caldo stanotte, desidero la pioggia, una pioggia calda, leggera, quieta. Ma non verrà la pioggia, come non verrà quel primo appuntamento d’amore, come non verranno le mie donne, le mie muse. Una per una. Tina, burrascosa come un temporale in piena estate, Fernanda vivace curiosità, Bianca, fatta di terra e di mare, e Connie…mio Dio , ora verrà la morte e avrà i tuoi occhi Connie, i tuoi bellissimi occhi  e li vedo da qui, come sono.
Scrivevo di voi, volevo essere salvato , volevo vivere.
Ma è lei che mi ha avuto sempre. La Malinconia. Da sempre, dannata, insostenibile, Malinconia. L’essere più fedele del mondo, colei che aveva sposato fin dai tempi del liceo , la mia sposa vestita di grigio.

La sua sposa vestita di nero, ora, adagiata lì accanto a lui , nel letto, in una notte aperta sulla luna dentro una banale camera d’albergo E Torino, anch’essa ritagliata dentro una piazza troppo grande per prestare ascolto al suo ultimo grido. Una notte normale, calda, voci di ragazzi per strada.
Che avrà la vita in serbo per loro ? Ora ridono e pensano di poter conquistare tutto , ma tutto fa schifo, tutto è disincanto, inumana stanchezza, solitudine. Niente !

E stanotte mi vieni in mente tu, Gaspare, chissà perché. Piccolo partigiano dalle grandi idee, tu che quando spiegavo in classe mi leggevi negli occhi. Tu non hai venduto la tua idea per campare un po’ meglio, ma sai, anch’io dopo… dopo ho detto no, che non potevo piegarmi mai più ai compromessi. Nemmeno adesso.
E’ che si capisce la vita solo quando questa ti bussa forte alla porta per riavere indietro i suoi crediti. Ho pagato come ho potuto, ogni giorno la mia anima bruciava sempre un poco, produceva cenere e nient’altro.

Una malattia strana il mal di vivere, basta un soffio di vento a spazzar via apparenze e fortezze. Non mi è mancato niente, il carcere, il confino e queste indicibili mani. Inenarrabili mani. Dannato vizio, amavo troppo la letteratura per fermarmi solo a leggere, a tradurre.
Dovevo, sentivo, capivo che le mie dita volevano qualcosa di più, forse volevano aggrapparsi al cielo o alla nuda terra, non so, ma sentivo che dovevo scrivere. Come tu sentivi di dover combattere . E morire, ma avevi soli 18 anni.

Però ci ho provato, Gaspare, fin da quando me ne andavo sulle rive del Belbo a guardare la valle, ad annusare l’aria di primavera.
Io che ho sempre visto il mondo rotondo, come una casa sempre aperta, ora so che la mia terra è un’immagine che stinge un poco il mio male. E’ quasi dolce, mi sembra di annullare ogni tempo, ogni distanza.
Io che corro fra le vigne allineate, le mie gambette da bambino arruffarsi nei prati dintorno al Cascinale, la polenta come una luna rotonda e gialla, i cortili e gli orti d’estate, i tetti a colombaia e quell’attimo di curiosità stupita quando appoggiavo l’orecchio sul tubo del telegrafo per sentire il ronzìo dell’elettricità, e la neve quando cade lenta e copre ogni macchia di colore, ogni dolore.

E’ una terra di sangue, la mia, una terra partigiana e non l’ho mai scordato questo, mai, ma stanotte sono qui per portarmi via tutto, oltre questo soffitto.
Fra poco avrò annullato la distanza che mi separa dalla luna.
Questa è una luna senza falò.

Non mi fa paura morire, sapete ? Mi fa paura vivere così, come un naufrago che si spinge al largo e non cerca la riva.
Cosa vorrei lasciarvi ? Semplicemente questo:“ Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”
Ora lasciatemi dormire, e non dite che non vi ho avvertito. La mia è solo una storia come un’altra. Una storia perbene finita un po’ male. Una notte come tante, è la fine dell’estate del 1950.
Ciao Cesare.


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Cesare Pavese morto suicida nel 1950, scrittore tormentato dal mal di vivere. Francesco De Gregori, nella canzone "Alice guarda i gatti" lo cita, dando un immagine inquietamente fascinosa del suo primo amore adolescenziale.
Pavese, rimase a lungo a casa da scuola a causa di una pleurite che si era preso rimanendo a lungo sotto la pioggia per aspettare una cantante ballerina di varietà in un locale frequentato dagli studenti, della quale si era innamorato. Era il 1925 e frequentava la seconda liceo. La ragazza non si presentò mai all'appuntamento.


lunedì 3 luglio 2017

Picasso e le sue donne


Picasso (donna allo specchio) -1932




















 


Picasso e le sue donne

In giro
per queste città
i colori non sono mai cambiati,
quando a grumi colava la sua vita
in cento visi
donne gocciolate da pennelli stanchi e vivi
E vedi anche il tuo fra quelle gocce
scomposto, infranto, riflesso,
dentro un mosaico di carne.
Guernica, vicolo di corpi
dove luce e morte si baciano
violenti sulla bocca.
Un urlo d’amore e di dolore
respiri senza più parole


domenica 2 luglio 2017

la fine è il mio inizio



Nietzsche " come potrei essere un uomo se non fossi un solutore d'enigma ed un poeta " ?

foto dal web 


Cos’è un cielo privo di nuvole ? il profilo viola di una montagna a corona e custodia dei suoi elementi?
Cos’è un uomo dinanzi alle sue lacrime.
Alle sue domande, alla sua vita.

Ho trovato nel silenzio l’eco di ogni risposta, ho seguito quel profondo sussurro del vento quando si insinua fra i crepacci di roccia e palpita lì dentro, come palpita in me, vibrandomi nella gola fra l’istinto e la ragione del mio essere.
Ho imprecato contro la morte, questa morte che mi sussurra che verrà dal basso, da laggiù, risalendo leggera la valle, la collina, per arrivare qui ed aprirsi al risoluto disegno del cosmo.

Non impreco più da alcuni giorni. Sono pronto.

Il mio respiro di morte è in questo magnifico silenzio che si apre adesso dinanzi a un’armonia più grande.
Si scioglierà nella polvere per far parte di tutto questo.
Luce e buio, aurora e tramonto, bellezza infinita, rarefatta e celeste. Mentre la mia vita è sempre precipitata vorticosamente nell’occhio di un dio vendicativo, braccata su confini  di fuoco  dove scrittura e ideologia marcavano territori a fianco di fucili e cadaveri.

Li ho seguiti quei crepacci, camminandovi in cerca di un senso.
Ma è qui che lo trovo. Alla fine di tutto questo.

Siamo un tassello dell’intero universo, violare questo rapporto, infrangerlo, cercare la ragione la supremazia ad ogni costo al di là di ogni ragionevole dubbio è un atto di ingiustificabile arroganza. Quando ogni cosa si smarrisce diluita nell’immensità, resterò in quel solo unico invisibile granello.
L’orma di qualcuno che per un breve attimo d’eternità ha saputo di appartenere ad un disegno più grande, che non era quel dio di carta stampata. Quel dio rincorso per un’intera vita fra i confini e i recinti imposti dall’uomo.

Era un dio diverso.

Ho scoperto chi sono.


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riediz.2011
(omaggio a Tiziano Terzani)  photo dal web