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sabato 24 marzo 2018

L’Angelo senz'ali


                                                                                                                                        img dal web

Io l'ho visto davvero l'angelo senz'ali.

Era un autunno di foglie rosse e il vento non faceva che spazzarle
da una lapide all’altra. Il cielo fumava nuvole portandosele a spasso,
l’odore di morte rammuffita stagnava coi suoi muschi sulla quasi
totalità delle tombe.
Credo che i morti non abitino più questi luoghi.
Forse erano scomparsi anche dai ricordi di chi li aveva amati.

Che curiosità insana. Visitare un cimitero abbandonato dalla
memoria e dal tempo, abbandonato dagli uomini perché troppo
impegnati a ritenersi esenti dal passato.
L’unica cosa viva erano i cani che vagavano randagi e lo scricchiolìo
dei miei passi sulla ghiaia del viottolo.

Anche noi torneremo a calcinare la terra con le nostra ossa e, nessuno, nei secoli si ricorderà che
siamo vissuti. Forse solo gli angeli.

....e di chi è questa voce che racconta il nulla ? 

Trasalii.
L’avevo udito chiaramente.
Chi c’è ?  Chi sei tu che parli in questo bisbiglio che sembra venire dalle tenebre ?

Ho steso ora le ali, sono nella casa modesta immenso. (*)
Quasi manca lo spazio alla mia grande veste...guarda in alto, ragazza, io sono l’angelo !

E l'angelo stava lì sulla sommità di una cappella abbandonata agli sterpi.  Si ergeva contro il blu
cupo del cielo col suo viso di marmo scheggiato.
Monco di braccia e di gambe, persino le ali erano mezze sgretolate. 
Della sua vecchia fierezza restava qualche piuma di gesso ancora attaccata al dorso e un pezzetto di  catena di granito intorno al collo, tutto il resto era solo puzza di marcio...e mi parlava !

Tu sei “l’Angelo”,  tu  non puoi raccontare del nulla come noi  - risposi - tu porti in pugno la salvezza, la luce, il mistero della morte !  

Ma guardami bene, guardami !  Hanno le mie mani sembianze a te familiari ? No, ragazza, non
hanno più nulla, non ho più dita, né gesti.  Qualcuno ha amputato le mie mani  fracassando ciò che
resta del mondo. Mi resta quest’avanzo di corpo scolpito e morto da tempo alle intemperie.

Ero indignata.
E allora la coscienza, l’individualità, lo spirito ?
Un tempo senza luce, riflesso nell’immagine di un angelo fatto a pezzi. Era questa la rivelazione
finale di un dio superiore ? La coerenza di un mondo smarrito, dove nemmeno gli angeli resistono
agli urti di un mondo moderno, straziato dalla solitudine, dal tormento, dalla confusione dell’uomo.
Un angelo caduto ?
E no,  non farmi incazzare  - replicai -   Tu”  hai il dovere di sostenere la visione del mondo, non
foss’altro per quel ruolo che ti appartiene di diritto, come un status quo e che nessun altro potrebbe rappresentare. E senza questo,  noi...noi  tutti  cosa faremo adesso ?

Ero atterrita, delusa, indignata.

Voi vorreste conoscere il segreto della morte. Ma come potete scoprirlo se non cercandolo nel
cuore della vita ? (**)  Io non servo quindi. Non servo a nulla. Ciò che vedi di me è mancante e ciò che è mancante è  inesistente. Non porto in pugno la salvezza in questa agonia del mondo. Io non sono l’angelo che salva ma quello che stritola, che soffoca, che strazia.  
Io sono lo strazio perché straziato a mia volta da un’umanità senz’ali, senza mani, senza occhi,
senza piedi.
E senza ricordo.
La carne che mi ha abitato era viva, ma ora persino questo cimitero rifiuta l’immagine di un
angelo infranto, declassato e caduto nell’abisso del non ritorno.  Qui non torna mai nessuno,  
Ora vai, ragazza, lasciami all’oblìo !

Ora sì. Avevo compreso che tutte  le mie assurde letture sugli angeli di Rilke o di Klee avevano
esattamente quell’unica voce, quel volto corroso e scheggiato, quelle mani amputate, quel corpo
reso carne e strazio. Il dolore perfetto nell’angelo imperfetto.
E mai più luce di questo splendore dolente e mutilato poteva eguagliare la purezza divina e assoluta. Che la purezza divina è luce che si espande nelle nostre vite tra l’orrido e il sublime nella sua rappresentazione inesorabile.
Ma l’umanità è troppo impegnata a non pensare, a prendere sempre ciò che si manifesta comprensibile, bello e integro.


Forse qualcosa ora s’annunzia (*)
che in sogno tu comprendi
Salute a te; l’anima vede



***********
nda:
 (*) R.M. Rilke (l’Annunciazione)
(**) K.Gibran  (sulla morte)

(24/03/2007)

sabato 2 dicembre 2017

Per chi suona la campana





                                                                                                                            foto dal web


“Per capire uno scrittore bisogna conoscere la sua vita privata”.
Qualcuno eccepisce così, ma non è vero se la coscienza di chi scrive è limpida.
Personalità complesse, poliedriche, profonde, spesso si ritirano nei loro pensieri esponendo solo frammenti.
Piccole schegge di  luce.
Incisioni sottocutanee a fior di labbra, inarrivabili a volte in superficie.
Non è strano che ci si metta davanti ad uno specchio per raccontarsi ? Uno specchio interiore da cui tenere lontano intrusi e invidiosi.
Forse da lì anche Hemingway ascoltava il rintocco delle sue parole e si chiedeva per chi suonasse la campana, come umanamente ci si chiede in ogni singolo scritto, in ogni singolo appello o tormento o invocazione o enigma.  
Il senso della direzione.





sabato 21 ottobre 2017

Azulejos



                                                                                                                                      img dal web


Sediamoci qui Fernando, sediamoci in questo bar dove Lisbona  ti entra nel bicchiere coi suoi colori aspri, in questa piazza che porterà il tuo nome e la nostalgia delle tue lettere a te stesso.
Quante volte ti sei seduto a questo tavolino, chinato su un foglio bianco illuminato di sbieco da un sole d’autunno, un foglio immacolato come un campo di neve pronto al congiungimento del tuo inchiostro
Le tue lettere a te stesso. Lettere d’amore .

Però che strano, Fernando, tu mi parli anche ora coi gesti, con le labbra, col cipiglio dello sguardo che si posa sulle gambe nude di una ragazza che è passata nella via nel profumo dei suoi vent’anni, e lo so che la poesia la senti danzare su quelle caviglie armoniose, nei lunghi capelli oscillanti, nei sandali rosso fuoco, il passo di una donna che morbidamente se ne va lungo la Rua Garrett di un Portogallo che ogni giorno il mare avvelena di blu.
Questo mare che ti sembra un cuore aperto, un invaso di vene scarmigliate che arruffa emozioni fra le onde degli scogli. E’dentro il tuo calice, solare e viva e sofferente e vera la poesia.
Lo è da sempre.

Guarda, cosa vedi laggiù ? mi chiedi curioso

Il porto, la gente, un formicaio che vive... e tu.

Tu che cerchi di narrarlo nelle sfumature del volo di un coleottero, nella lama che penetra nel sole, nell’amore delle ragazze portoghesi che ti sciolgono gli occhi sull’incanto delle dita, nel fado e nell’eterno dolore degli uomini e delle donne.

Oh, no, non sono io che narro. È un altro, è “ il poeta” è lui il fingitore.  

E mi indichi la tua statua di bronzo posta poco fuori l’ingresso del Cafè Brasileira.
Io non sono nessuno. E’ lui che viaggia per i vicoli di Lisbona, è lui che si siede qui in questo pezzo di mondo invisibile e scrive quelle ridicole lettere a se stesso.




********
(riedizione 2010)
Fernando Pessoa, scrittore portoghese. Il "poeta fingitore" 




sabato 7 ottobre 2017

Il mondo se ne frega, il mondo ride forte



                                                                               foto dal web


Credo abbiate vinto voi
coi vostri omicidi d'ombre
il cinismo, il pregiudizio, il nulla 
nei mezzigesti di chi non c'e mai
nei troppi momenti d'abbandono
nel tempo che passa. 
L'archivio è diventato greve
un peso oltre il cuore che si crepa.
Il vento solo 
resta presenza leggera 
ma porta via fogli di pensieri 
imbrigliati sulle dita,
a cosa serve fermare il tempo
una parola, 
scrivere ?
a niente
a nessuno.

domenica 2 luglio 2017

la fine è il mio inizio



Nietzsche " come potrei essere un uomo se non fossi un solutore d'enigma ed un poeta " ?

foto dal web 


Cos’è un cielo privo di nuvole ? il profilo viola di una montagna a corona e custodia dei suoi elementi?
Cos’è un uomo dinanzi alle sue lacrime.
Alle sue domande, alla sua vita.

Ho trovato nel silenzio l’eco di ogni risposta, ho seguito quel profondo sussurro del vento quando si insinua fra i crepacci di roccia e palpita lì dentro, come palpita in me, vibrandomi nella gola fra l’istinto e la ragione del mio essere.
Ho imprecato contro la morte, questa morte che mi sussurra che verrà dal basso, da laggiù, risalendo leggera la valle, la collina, per arrivare qui ed aprirsi al risoluto disegno del cosmo.

Non impreco più da alcuni giorni. Sono pronto.

Il mio respiro di morte è in questo magnifico silenzio che si apre adesso dinanzi a un’armonia più grande.
Si scioglierà nella polvere per far parte di tutto questo.
Luce e buio, aurora e tramonto, bellezza infinita, rarefatta e celeste. Mentre la mia vita è sempre precipitata vorticosamente nell’occhio di un dio vendicativo, braccata su confini  di fuoco  dove scrittura e ideologia marcavano territori a fianco di fucili e cadaveri.

Li ho seguiti quei crepacci, camminandovi in cerca di un senso.
Ma è qui che lo trovo. Alla fine di tutto questo.

Siamo un tassello dell’intero universo, violare questo rapporto, infrangerlo, cercare la ragione la supremazia ad ogni costo al di là di ogni ragionevole dubbio è un atto di ingiustificabile arroganza. Quando ogni cosa si smarrisce diluita nell’immensità, resterò in quel solo unico invisibile granello.
L’orma di qualcuno che per un breve attimo d’eternità ha saputo di appartenere ad un disegno più grande, che non era quel dio di carta stampata. Quel dio rincorso per un’intera vita fra i confini e i recinti imposti dall’uomo.

Era un dio diverso.

Ho scoperto chi sono.


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riediz.2011
(omaggio a Tiziano Terzani)  photo dal web