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sabato 21 ottobre 2017

Azulejos



                                                                                                                                      img dal web


Sediamoci qui Fernando, sediamoci in questo bar dove Lisbona  ti entra nel bicchiere coi suoi colori aspri, in questa piazza che porterà il tuo nome e la nostalgia delle tue lettere a te stesso.
Quante volte ti sei seduto a questo tavolino, chinato su un foglio bianco illuminato di sbieco da un sole d’autunno, un foglio immacolato come un campo di neve pronto al congiungimento del tuo inchiostro
Le tue lettere a te stesso. Lettere d’amore .

Però che strano, Fernando, tu mi parli anche ora coi gesti, con le labbra, col cipiglio dello sguardo che si posa sulle gambe nude di una ragazza che è passata nella via nel profumo dei suoi vent’anni, e lo so che la poesia la senti danzare su quelle caviglie armoniose, nei lunghi capelli oscillanti, nei sandali rosso fuoco, il passo di una donna che morbidamente se ne va lungo la Rua Garrett di un Portogallo che ogni giorno il mare avvelena di blu.
Questo mare che ti sembra un cuore aperto, un invaso di vene scarmigliate che arruffa emozioni fra le onde degli scogli. E’dentro il tuo calice, solare e viva e sofferente e vera la poesia.
Lo è da sempre.

Guarda, cosa vedi laggiù ? mi chiedi curioso

Il porto, la gente, un formicaio che vive... e tu.

Tu che cerchi di narrarlo nelle sfumature del volo di un coleottero, nella lama che penetra nel sole, nell’amore delle ragazze portoghesi che ti sciolgono gli occhi sull’incanto delle dita, nel fado e nell’eterno dolore degli uomini e delle donne.

Oh, no, non sono io che narro. È un altro, è “ il poeta” è lui il fingitore.  

E mi indichi la tua statua di bronzo posta poco fuori l’ingresso del Cafè Brasileira.
Io non sono nessuno. E’ lui che viaggia per i vicoli di Lisbona, è lui che si siede qui in questo pezzo di mondo invisibile e scrive quelle ridicole lettere a se stesso.




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(riedizione 2010)
Fernando Pessoa, scrittore portoghese. Il "poeta fingitore" 




martedì 12 settembre 2017

bye bye baby


foto dal web
(fantasy)

Non che io avessi voluto morire per crearmi mito di me stessa.

La divina Marylin dei calendari, la leggendaria bionda svampita degli  uomini che preferiscono le bionde, 
fu solo che amavo troppo, amavo troppo intensamente.
Amavo intensamente la vita tanto da morderla fino al torsolo. Come una mela verde.

Io ero il verme bacato di quella mela ed ero la mela stessa.

Mi sono annientata. Divorata.
Mi sono annientata, ma non perché ero bella e insaziata.

Era una questione di luce, capite ?
Quel voler bruciare in fretta e stare ad ascoltarne il crepitìo sulla pelle.
Non me ne importava nulla.
Faceva male o bene. Non era essenziale per me.
Ho avuto molti uomini, li ho amati tutti anche se Jhon era un bastardo. Donnaiolo e arrivista.

Bob, no.
Bob era dolce. Era dolce Bob.
Facevamo l’amore sotto la luna, dentro la mia lussuosa piscina; sentivo il suo desiderio percorrere ogni mio singolo centimetro di pelle. Uno spasimo lento, come i suoi baci  roventi, come quella frenesia di arrivare a toccare quella luna sempre più vicina ai nostri sospiri malati, al piacere dei nostri corpi sudati e accaldati.
Non so se Bob mi amava ma io ero pazza di lui, delle sue mani sul mio corpo, dei suoi gemiti , delle sue labbra golose. Io l’amavo, sì, l’amavo.

Okay, non volevo dirvi proprio questo, è una confidenza estrema.

Sappiate farne tesoro.

Anche perché i giornalisti mi dipingeranno sempre in bianco e nero e di me diranno che fui la bionda oca dei rotocalchi, l’amante insaziata degli uomini del presidente, la sballata eroina di film assurdi, l’alcoolica drogata di ogni eccesso.

okey adesso, Bye bye baby……



***
(febbraio 2008)