martedì 4 luglio 2017

Alice guarda i gatti

Alice guarda i gatti (ciao Cesare)

…e Cesare perduto nella pioggia
sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina,
e rimane lì, a bagnarsi ancora un po’,
e il tram di mezzanotte se ne va
ma tutto questo Alice non lo sa.
(Francesco De Gregori)

Qualcosa che parli piano nel buio, una canzone forse…
Non ti conoscerò mai Francesco, ma sono contento di averti ispirato una canzone. Grazie.
Una canzone, che rende i fallimenti abissi incolmabili. E io sì, l’avrei aspettata altre sei ore sotto la pioggia, se fosse venuta all’appuntamento.
Io nei miei 17 anni, così ingenui, così romantici. Lei, una ballerina svagata, smemorata e vacua come il suo costume svolazzante, lei così, così … così terribilmente bella.
Stupida infatuazione, stupida come la timidezza di un adolescente che percepisce per la prima volta quella "strizza di cuore”.
Che idiota. Cos’ero, cosa sono stato poi ? Uno scrittore disilluso, quello dei falò , quello che in una notte di fine agosto decide di avvelenarsi in un anonimo albergo torinese, puntando gli occhi sulla luna, quella luna che nelle notti chiare accendeva scintille ardenti sui tetti dei casolari delle Langhe.

Eppure è da lì che è sbucata fuori per la prima volta la Malinconia. L’unica cosa fedele della mia vita.
Cos’era una promessa infranta andata in fumo ? Non era niente. Niente.
Quella bastarda malinconia, uscita da una sera così, e sempre la pioggia a brillare di poesia e miseria. Fradicio d’acqua e di delusione, dentro quel bar ad aspettare un sogno , che poi tutti i miei amori sono stati roghi, che volevi? E a seguire, tutti i maledetti NO delle mie donne, gli amori bruciati. Quelli che ti lasciano dentro il senso della morte insonne.

Il soffitto di questa stanza non esiste, è un affresco della memoria che mi cava gli occhi dalla testa per volare sulle colline, questo è il ricordo che voglio tenermi negli occhi prima di chiuderli. E’ l’anno della mia morte e non è casuale, sapete?
L’ho “scelta”. Così come “loro”, le parole, hanno scelto me in vita.
Le parole. Ancora mi chiedo come io possa avvertire anche adesso il disastroso fascino della scrittura. In questo ammasso di macerie che sono diventato, so che la pioggia brillerà sempre di poesia persino nei vicoli più ciechi e infuocati del mondo.
E non è solo la mia voce, ma la voce di tutti quelli che percepiscono il respiro delle cose e per questo sempre a un passo dall’abisso. Dalla morte.

E' il 1950, non so davvero se è un buon anno per morire, eccole qui, dieci bustine di veleno per ognuna delle mie dita.
Dieci dita che hanno scritto prima ancora sulla mia pelle, e forse anche sulla vostra, o almeno vorrei crederlo. Vorrei credere di esser servito a qualcosa. A qualcuno.
Io, che non sono mai appartenuto a nessuno. Mai.

Se anche solo una briciola di bellezza, di emozione, è nata dalla mia penna, lo devo a voi. Voi, che per me non siete stati mai fantasmi ma una nebulosa umana fatta di carne e anima. Voi, personaggi reali che siete entrati in questo mio inchiostro avvelenato di vita così sporco d’esistenza, denso, come un prezioso distillato.
Di questo ho vissuto, di questo hanno narrato le mie dita. Grazie. Veramente.
Ma non mi basta più.
Ho 42 anni, sono pochi ma mi sono bastati.

Fa caldo stanotte, desidero la pioggia, una pioggia calda, leggera, quieta. Ma non verrà la pioggia, come non verrà quel primo appuntamento d’amore, come non verranno le mie donne, le mie muse. Una per una. Tina, burrascosa come un temporale in piena estate, Fernanda vivace curiosità, Bianca, fatta di terra e di mare, e Connie…mio Dio , ora verrà la morte e avrà i tuoi occhi Connie, i tuoi bellissimi occhi  e li vedo da qui, come sono.
Scrivevo di voi, volevo essere salvato , volevo vivere.
Ma è lei che mi ha avuto sempre. La Malinconia. Da sempre, dannata, insostenibile, Malinconia. L’essere più fedele del mondo, colei che aveva sposato fin dai tempi del liceo , la mia sposa vestita di grigio.

La sua sposa vestita di nero, ora, adagiata lì accanto a lui , nel letto, in una notte aperta sulla luna dentro una banale camera d’albergo E Torino, anch’essa ritagliata dentro una piazza troppo grande per prestare ascolto al suo ultimo grido. Una notte normale, calda, voci di ragazzi per strada.
Che avrà la vita in serbo per loro ? Ora ridono e pensano di poter conquistare tutto , ma tutto fa schifo, tutto è disincanto, inumana stanchezza, solitudine. Niente !

E stanotte mi vieni in mente tu, Gaspare, chissà perché. Piccolo partigiano dalle grandi idee, tu che quando spiegavo in classe mi leggevi negli occhi. Tu non hai venduto la tua idea per campare un po’ meglio, ma sai, anch’io dopo… dopo ho detto no, che non potevo piegarmi mai più ai compromessi. Nemmeno adesso.
E’ che si capisce la vita solo quando questa ti bussa forte alla porta per riavere indietro i suoi crediti. Ho pagato come ho potuto, ogni giorno la mia anima bruciava sempre un poco, produceva cenere e nient’altro.

Una malattia strana il mal di vivere, basta un soffio di vento a spazzar via apparenze e fortezze. Non mi è mancato niente, il carcere, il confino e queste indicibili mani. Inenarrabili mani. Dannato vizio, amavo troppo la letteratura per fermarmi solo a leggere, a tradurre.
Dovevo, sentivo, capivo che le mie dita volevano qualcosa di più, forse volevano aggrapparsi al cielo o alla nuda terra, non so, ma sentivo che dovevo scrivere. Come tu sentivi di dover combattere . E morire, ma avevi soli 18 anni.

Però ci ho provato, Gaspare, fin da quando me ne andavo sulle rive del Belbo a guardare la valle, ad annusare l’aria di primavera.
Io che ho sempre visto il mondo rotondo, come una casa sempre aperta, ora so che la mia terra è un’immagine che stinge un poco il mio male. E’ quasi dolce, mi sembra di annullare ogni tempo, ogni distanza.
Io che corro fra le vigne allineate, le mie gambette da bambino arruffarsi nei prati dintorno al Cascinale, la polenta come una luna rotonda e gialla, i cortili e gli orti d’estate, i tetti a colombaia e quell’attimo di curiosità stupita quando appoggiavo l’orecchio sul tubo del telegrafo per sentire il ronzìo dell’elettricità, e la neve quando cade lenta e copre ogni macchia di colore, ogni dolore.

E’ una terra di sangue, la mia, una terra partigiana e non l’ho mai scordato questo, mai, ma stanotte sono qui per portarmi via tutto, oltre questo soffitto.
Fra poco avrò annullato la distanza che mi separa dalla luna.
Questa è una luna senza falò.

Non mi fa paura morire, sapete ? Mi fa paura vivere così, come un naufrago che si spinge al largo e non cerca la riva.
Cosa vorrei lasciarvi ? Semplicemente questo:“ Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”
Ora lasciatemi dormire, e non dite che non vi ho avvertito. La mia è solo una storia come un’altra. Una storia perbene finita un po’ male. Una notte come tante, è la fine dell’estate del 1950.
Ciao Cesare.


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Cesare Pavese morto suicida nel 1950, scrittore tormentato dal mal di vivere. Francesco De Gregori, nella canzone "Alice guarda i gatti" lo cita, dando un immagine inquietamente fascinosa del suo primo amore adolescenziale.
Pavese, rimase a lungo a casa da scuola a causa di una pleurite che si era preso rimanendo a lungo sotto la pioggia per aspettare una cantante ballerina di varietà in un locale frequentato dagli studenti, della quale si era innamorato. Era il 1925 e frequentava la seconda liceo. La ragazza non si presentò mai all'appuntamento.


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